mercoledì 6 giugno 2007

Ci siamo trasferiti

Questo blog si è trasferito qui:
http://ilcoloredellaluna.wordpress.com
Al nuovo indirizzo troverete anche tutti i vecchi post.

venerdì 1 giugno 2007

Recensione di Piero Bianucci su "La Stampa"

Cari lettori, su "La Stampa" (Tuttolibri) di sabato 26 maggio è apparsa una bella recensione de "Il colore della luna", firmata da Piero Bianucci. Si intitola (con un tocco di licenza poetica) "La luna è nera, come l'asfalto". Comincia così:
Non credo ai miei occhi. Un modo di dire banale che nasconde una verità profonda. L’errore è riservarlo a casi eccezionali, eventi imprevedibili. In realtà non dovremmo MAI credere ai nostri occhi. Ce lo insegna Paola Bressan, psicologa ricercatrice all'Università di Padova, in un libro chiaro, scritto con gusto e disseminato di illustrazioni curiose che sono anche piccoli esperimenti sul funzionamento dei nostri occhi.
Potete leggerla qui.

sabato 26 maggio 2007

L'anello che si muove ma non si muove



La sorprendente proprietà di questa figura è che se essa viene fatta oscillare (sono sufficienti i micromovimenti oculari che facciamo inconsapevolmente anche quando cerchiamo di mantenere gli occhi immobili) l’anello si muove illusoriamente rispetto al disco che fa da sfondo. L’effetto è probabilmente legato al fatto che le regioni orizzontali e quelle verticali appaiono muoversi a velocità diverse. Per capirne il perché supponiamo che i centri di due rettangoli uguali, uno posto in orizzontale e l’altro in verticale, siano allineati verticalmente, e che i rettangoli si spostino da sinistra verso destra alla stessa velocità. L’estremità destra del rettangolo orizzontale arriverà a destinazione prima dell’estremità destra del rettangolo verticale, per cui il rettangolo orizzontale sembrerà più veloce. Nell’immagine qui raffigurata, lo sfasamento nelle velocità percepite fa sì che lo spostamento retinico di una soltanto delle due tessiture (non a caso, quella che fa da sfondo) possa essere perfettamente compensata; rispetto a questo sfondo, l’anello appare muoversi.

DOVE NEL LIBRO: Capitolo 7, Come vediamo il movimento.
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IMMAGINE: Questa è una versione (di Nicola Bruno e Paola Bressan) di una famosa figura dell'artista giapponese Ouchi. La figura originale contiene due dischi sovrapposti, anziché un anello sovrapposto a un disco.

venerdì 18 maggio 2007

Grigi apparenti e grigi "veri"



Ricordate il post "Le cornacchie nere che appaiono bianche", e la fotografia del mio soggiorno con i dischi grigi? Dicevamo che il più chiaro dei due dischi sotto la poltrona era identico al più scuro dei due dischi sul pavimento davanti alla portafinestra, e i due dischi grigi sotto la poltrona erano identici ai due dischi incollati allo specchio soprastante. Per chi non ha avuto voglia o modo di importare la figura in Photoshop e controllare con i propri occhi, ecco l'immagine originale (a sinistra) e una versione che è stata interamente scurita ad eccezione dei dischi (a destra). I sei dischi dell'immagine a destra sono perfettamente identici ai corrispondenti dischi dell'immagine a sinistra.

DOVE NEL LIBRO: Figura 4.3 (capitolo 4, Come vediamo i grigi).

domenica 13 maggio 2007

Domande e risposte: guardare troppa TV aumenta l'insoddisfazione



DOMANDA. Cara dottoressa, non ho ancora avuto il piacere di leggere il suo libro, ma navigando nel suo blog mi è venuta una domanda da farle. Dato che l'essere umano riceve molte informazioni sensoriali dal mondo che lo circonda e ogni singola cosa viene ricostruita con una "grammatica" particolare nella propria mente, vorrei sapere quali conseguenze potrebbe avere il rimanere davanti alla televisione diverse ore al giorno.

RISPOSTA. E' vero: una realtà costruita sulla base delle informazioni che provengono dalla televisione è necessariamente, e in molti sensi, diversa da una realtà costruita sulla base delle informazioni che provengono dal nostro ambiente naturale. Ad esempio, sappiamo che la nostra percezione di un volto dipende dai volti che abbiamo visto in precedenza, ovvero dal nostro stato di adattamento. Dopo aver guardato per mezzo secondo un volto maschile, una faccia androgina (che è una via di mezzo fra un uomo e una donna) sembrerà quella di una donna; la stessa faccia però sembrerà quella di un uomo se la osserviamo subito dopo aver guardato un volto femminile. Se compare dopo un volto molto bello, un volto normale apparirà più brutto del dovuto.
Passando molte ore davanti alla televisione siamo esposti a una distribuzione di facce e personalità ben diversa da quella in cui ci imbattiamo nella vita di tutti i giorni. Guardando in continuazione i protagonisti belli, ricchi, intelligenti, potenti, brillanti, di successo delle varie trasmissioni televisive (in alcune trasmissioni, soprattutto belli e di successo; in altre, soprattutto intelligenti e brillanti), siamo esposti a una società virtuale del tutto avulsa dalla nostra realtà. In confronto, ci possiamo sentire profondamente inadeguati, ed egualmente inadeguati appaiono le nostre mogli e i nostri mariti, i nostri parenti e i nostri amici.
Durante la nostra storia evolutiva, il meccanismo dell'invidia era probabilmente utile perché ci spronava a raggiungere quello che gli altri potevano ottenere. Nei piccoli gruppi in cui vivevamo, i modelli che facevano nascere sentimenti di invidia erano realistici, e gli obiettivi potenzialmente raggiungibili. Oggi, però, ben pochi di noi possono raggiungere i modelli che televisione, cinema e riviste patinate ci presentano ogni giorno, e questo fa sì che un meccanismo evolutivamente vantaggioso come quello dell'invidia si trasformi in una fonte non di crescita personale, ma di perenne insoddisfazione.


DOVE NEL LIBRO: Potete trovare molto di più sulla percezione delle facce nella sezione 5.5 (capitolo 5, Come vediamo gli oggetti). Per approfondire l'argomento del post e leggere il resoconto degli esperimenti che mostrano gli effetti dell'adattamento a volti femminili attraenti, vedi ad esempio Kenrick, D. T., Gutierres, S. E., & Goldberg, L. L. (1989). Influence of popular erotica on judgments of strangers and mates. Journal of Experimental Social Psychology, 25, 159–167.

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IMMAGINE: Questi volti rappresentano prototipi maschili e femminili attraenti (a sinistra) e non attraenti (a destra). Nella vita di tutti i giorni incontriamo persone di ogni tipo, ma la distribuzione di facce a cui ci espone la televisione è assai meno simmetrica. È stato dimostrato che, dopo aver guardato una serie di volti di donne molto belle, gli uomini tendono a giudicare le loro compagne come meno attraenti (e a sentirsi meno coinvolti nella relazione) di quanto non facciano dopo aver guardato una serie di volti di donne normali.

domenica 6 maggio 2007

Punti di vista, II



Difficile immaginare che cosa può succedere sotto un comune marciapiede...
Il fascino di questa scena è dovuto al suo aspetto paradossale: sappiamo che deve essere semplicemente dipinta sul marciapiede, ma al tempo stesso siamo sopraffatti dalla sensazione che si estenda nella terza dimensione.

Illusioni ottiche di questo tipo, dette anamorfosi, vengono ottenute proiettando sul piano un’immagine distorta in modo tale che il soggetto originale sia riconoscibile solamente guardando l'immagine da una certa angolazione. Da quel punto di vista, la deformazione scompare e lascia posto a una scena perfettamente proporzionata. Se Il soggetto originale è tridimensionale, l'osservatore percepirà la figura come tridimensionale. Qui la macchina fotografica è collocata nell’unica posizione strategica; quello che vedono i passanti ignari non è altrettanto emozionante.

DOVE NEL LIBRO: Che cosa ci permette di distinguere una scena piatta da una tridimensionale? La ragione per cui disegni e fotografie appaiono piatti non è che sono piatti, ci mancherebbe. La risposta è nella sezione 6.3.5 (capitolo 6, Come vediamo la profondità). Nell'immagine, notate anche l'integrazione praticamente perfetta tra mondo reale e mondo fantastico: a questo scopo l'artista adopera principi di raggruppamento percettivo come somiglianza e buona continuazione (riuscite a vedere dove?). Dei molti modi in cui gli esseri viventi usano questi principi per ingannare altri esseri viventi si parla nella sezione 5.1 (capitolo 5, Come vediamo gli oggetti).
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IMMAGINE: "Batman and Robin to the rescue". Artista: Julian Beever. L’uomo sul cornicione è l’artista in persona.

martedì 1 maggio 2007

Domande e risposte: vedere sott'acqua e sopra



DOMANDA. Cara dottoressa, vorrei chiederle come fanno gli animali che vivono sia dentro che fuori dall'acqua ad avere un visione corretta nei due ambienti? Penso alle rane, agli ippopotami, ai coccodrilli ecc. Magari sott'acqua hanno i nostri stessi problemi ma non hanno ancora inventato la maschera? Rileggendo il suo libro a pagina 22 non ho trovato risposta e mi sono incuriosito.

RISPOSTA. Rane e coccodrilli hanno una specie di "terza palpebra" trasparente che chiudono quando si immergono, ma la sua funzione è unicamente protettiva. Questo rivestimento trasparente non aiuta a vedere più nitidamente sott'acqua, come fa invece la nostra maschera da subacqueo. D'altronde, ippopotami e rane non ne hanno un gran bisogno (le rane si nutrono soprattutto di insetti, gli ippopotami sono erbivori). I coccodrilli, invece,
il problema di identificare accuratamente la posizione di prede acquatiche ce l'hanno, ma l'hanno risolto evolvendo la capacità di rilevare cambiamenti nella pressione dell'acqua attorno al muso: in pratica, avvertono le vibrazioni provocate dal movimento della preda.

DOMANDA. La sua risposta riguarda soprattutto animali che per la maggior parte del tempo tengono gli occhi nel "nostro mondo". Ma i mammiferi marini? Per loro la situazione è decisamente rovesciata. Allora dovrebbero avere degli occhi adatti al mondo sommerso. Ma allora come faranno i delfini addestrati ad essere così precisi anche nei loro movimenti nel mondo aereo? Dopo questo le prometto che sull'argomento non le chiederò altro.

RISPOSTA. I delfini riescono, in effetti, a vedere bene sia in acqua sia fuori dall'acqua, e questo grazie a due adattamenti. Primo, il loro cristallino, proprio come quello dei pesci, è una lente praticamente sferica, la cui curvatura devia la luce a sufficienza da compensare l'assenza di rifrazione della cornea in ambiente acquatico. Secondo, il cristallino del delfino ha la straordinaria proprietà di potersi spostare avanti o indietro nell'occhio, in modo da far convergere sempre la luce esattamente sulla retina. Non c'è da sorprendersi che il delfino abbia un'eccellente messa a fuoco sia sott'acqua che sopra, e noi no.

DOVE NEL LIBRO: Che cos'è il cristallino, come riusciamo a mettere a fuoco le immagini, perché sott'acqua non vediamo nitidamente, perché a una certa età diventiamo presbiti? Tutte le risposte nella sezione 2.1 (capitolo 2, Il sistema visivo).
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IMMAGINE: Cane e delfino (fotografia). © Paul Riley.

Hai una domanda?

Se, leggendo il libro, ti sei imbattuto in un concetto non chiaro, oppure ti è sorta una curiosità, chiedi lumi direttamente all'autrice! Puoi fare la tua domanda cliccando sul link COMMENTI, qui sotto. Se la risposta può interessare anche altri lettori, la pubblicherò sul blog.

venerdì 27 aprile 2007

Punti di vista, I



I tre oggetti che lo scultore Guido Moretti mostra nella foto sono in realtà uno solo, visto da tre lati differenti. Tre osservatori posti in punti diversi vedrebbero tre oggetti diversi.
Se questo straordinario solido viene fatto girare sul piatto di un giradischi, le sue tre facce vengono rivelate in modo incontrovertibile. Eppure, anche quando sappiamo che ognuno dei tre oggetti contiene in qualche modo anche gli altri due (e ne abbiamo le prove), non ce la facciamo ad integrarli percettivamente in un solido unico. Insomma, possiamo non riuscire a vedere quello che c'è davvero anche quando abbiamo modo di ispezionare la scena da tutte le parti. Non fidiamoci troppo di quello che vediamo.

DOVE NEL LIBRO: Quand'è che il movimento ci aiuta a percepire la vera struttura tridimensionale di un oggetto, e quand'è che invece ci inganna? La risposta nella didascalia della figura 7.8 (capitolo 7, Come vediamo il movimento). La figura mostra un ritratto a 360 gradi: quello che si otterrebbe se, in un'unica immagine, si potesse raffigurare una faccia davanti, dietro e di profilo.
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IMMAGINE: Cubo "Tribarra". Questa creazione dello scultore Guido Moretti è stata utilizzata come trofeo (per il primo premio) al concorso per la migliore illusione visiva dell'anno, Sarasota, Florida, 2006.
Vai al sito di Guido Moretti.

mercoledì 18 aprile 2007

Di che colore sono i dischetti centrali?



I dischetti che formano una "x" al centro di questi quattro pannelli hanno in realtà il medesimo colore: sono tutti dello stesso identico grigio.
Nel primo riquadro in alto, i dischetti grigi contrastano con lo sfondo giallo arancio su cui si trovano, acquistando una componente azzurrina (questa particolare tonalità di azzurro è il colore complementare a questa particolare tonalità di giallo arancio). Nel riquadro accanto, i dischetti grigi contrastano con lo sfondo rosso magenta su cui si trovano, acquistando una componente verde (il verde è il colore complementare al rosso magenta). Il risultato è che i dischetti nel pannello a sinistra appaiono azzurri e quelli nel pannello a destra appaiono verdi. L'illusione è ancora più forte se osservate la figura da una certa distanza.

Adesso guardate i pannelli in basso: i dischetti grigi sullo sfondo
giallo arancio ora sono verdolini, e quelli sullo sfondo rosso magenta sono azzurrini! Questo significa che i dischetti grigi sono più influenzati dal colore degli altri dischetti che dal colore dello sfondo.
Questa è una versione cromatica della mia “dungeon illusion” (Bressan, 2001).

DOVE NEL LIBRO: Potete trovare tante informazioni su queste e altre stupefacenti illusioni di colore, e sui vari modi in cui i colori influenzano il nostro comportamento, nel capitolo 3, Come vediamo i colori.

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IMMAGINE: The dungeon illusion in color. © Paola Bressan, 2000

ILLUSIONE: Dungeon illusion. Paola Bressan (2001, 2006).
Bressan, P. (2001). Explaining lightness illusions. Perception, 30, 1031-1046.
Bressan, P. (2006). The place of white in a world of grays: a double-anchoring theory of lightness perception. Psychological Review, 113, 526-553.

giovedì 5 aprile 2007

Categorizzare per razza non ha alcun significato biologico



L’adattamento agli stimoli più frequenti nel nostro ambiente ha il risultato di amplificare le differenze. Proprio come in un mondo giallo un oggetto acromatico appare bluastro, in un mondo di facce sorridenti una faccia neutra apparirà corrucciata. Un mulatto sembrerà un nero in un mondo di bianchi, un bianco in un mondo di neri.
Fino a poco tempo fa si riteneva che, quando incontriamo una persona nuova, la categorizziamo automaticamente e inevitabilmente secondo tre dimensioni fondamentali: razza, sesso ed età. Il favoritismo verso il proprio gruppo, abbinato a indifferenza od ostilità nei confronti degli altri gruppi, esiste in tutte le culture. Se categorizzare per razza è un’eredità che ci trasciniamo dietro dall’età della pietra, discriminazione etnica e razzismo sarebbero così profondamente radicati nella nostra natura da essere praticamente incancellabili. Durante la nostra storia evolutiva, tuttavia, la probabilità di incontrare individui di razze diverse doveva essere straordinariamente piccola, il che rende questa conclusione poco plausibile.
Dati sperimentali recenti suggeriscono che la categorizzazione per razza sia un accidente storico, cioè il sottoprodotto reversibile di un meccanismo cognitivo che si è evoluto per identificare le alleanze e coalizioni degli individui che incontriamo. In società non perfettamente integrate dal punto di vista razziale, il colore della pelle funziona come un indicatore di alleanze sociali, esattamente come il dialetto o il modo di vestire. Ma sono sufficienti quattro minuti di esposizione a un mondo sociale alternativo in cui le coalizioni sono indipendenti dalla razza e dal sesso per far crollare la tendenza a categorizzare per razza, mentre la categorizzazione per sesso – biologicamente significativa fin dagli albori della nostra storia – rimane invariata.
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Per leggere il resoconto dell'esperimento originale, vedi Kurzban, R., Tooby, J., Cosmides, L., Can race be erased? Coalitional computation and social categorization, in «Proceedings of the National Academy of Sciences», n. 98, 2001, pp. 15387-15392.

IMMAGINE: Questo volto è stato ottenuto fondendo fra loro, in eguale misura, i volti di una donna bianca e di una donna nera. Svelo chi sono le due madri nel capitolo 5, Come vediamo gli oggetti. (Elaborazione digitale e morphing: Paola Bressan.)

martedì 3 aprile 2007

Gli oggetti che vediamo sono costruzioni del nostro cervello


L’espressione «costruire il mondo» può sembrare una licenza
poetica, ma non lo è affatto. Quando vi guardate attorno non avete
l’impressione di costruire le cose, ma di guardarle: le cose stanno
lì fuori e hanno quell’aspetto, indipendentemente dal fatto che
voi le guardiate o no. Ma questa sensazione è dovuta unicamente
al fatto che siete esperti e veloci nel costruire. Sicuramente non
avete nemmeno l’impressione di trovarvi su una palla sospesa nel
vuoto che ruota alla velocità di millesettecento chilometri all’ora
(all’equatore), eppure è proprio così che stanno le cose.

Che l’esperienza degli oggetti sia creata per intero dal cervello
risulta forse un po’ più facile da mandar giù quando si considera
quel che succede quando un ictus, o un qualche altro malanno,
danneggia le aree cerebrali che si occupano del processo
di costruzione. Possono accadere due cose: o il sistema non funziona
più (agnosia visiva), oppure funziona troppo (sindrome di
Charles Bonnet), ed è difficile decidere quale delle due sia la più
tremenda. Un caso ben documentato di agnosia visiva è quello
del signor S., che dopo un avvelenamento da monossido di carbonio
smise di costruire, e quindi di vedere, gli oggetti. Il signor
S. aveva una vista eccellente, e percepiva senza problemi linee,
colori e movimenti: il problema era che non riusciva più a
combinarli in modo da creare gli oggetti corrispondenti. Di
conseguenza, non riusciva nemmeno a identificare i suoi familiari o
il medico (anche se era in grado di descriverne i contorni e i colori),
finché non cominciavano a parlare.

I costi di un iperfunzionamento del nostro apparato di
costruzione degli oggetti sono esemplificati dal caso
della signora B., che dopo un ictus all’emisfero destro
cominciò a vedere oggetti che non c’erano, come bambini
che ridevano o strade piene di traffico, in modo assolutamente
realistico e completo di ogni dettaglio. Occasionalmente,
l’allucinazione visiva era accompagnata da un’allucinazione tattile
perfettamente sincronizzata: una volta la signora B. vide il suo cane
(morto da tempo) arrivare tutto bagnato, e strofinandolo con
un asciugamano ebbe la sensazione anche tattile del corpo del cane
e del pelo umido. Cose che sembrano incredibili. Eppure, i
meccanismi che creano bambini, autobus e cani «irreali» nel cervello
della signora B. sono gli stessi che creano bambini, autobus
e cani «reali» nel nostro. Se siamo tentati di ribattere che c’è una
mastodontica differenza, perché la signora B. è «matta» (cioè il
suo cervello funziona male) e noi no, rinviamo la contestazione a
domani e dormiamoci su. Mentre sogniamo, il nostro cervello
costruirà un mondo perfettamente convincente, con al centro un
«noi stessi» perfettamente convincente che quel mondo vede,
tocca e ascolta. La differenza principale fra questo mondo simulato
e il mondo che noi consideriamo reale è che il primo comincia
quando ci addormentiamo, e il secondo quando ci svegliamo.
Mentre ci siamo dentro, ciascuno dei due mondi appare pienamente
reale, e ciascuno contiene una rappresentazione di noi
stessi dotata di corpo, mente e coscienza. Per quanto la cosa possa
essere controintuitiva, i sogni e le allucinazioni rivelano che il
mondo che vediamo fuori di noi è in realtà dentro di noi.

Diversamente da ciò che succede nei sogni e nelle allucinazioni,
il sistema di creazione del mondo è guidato normalmente
dalla stimolazione sensoriale proveniente dagli oggetti fisici, e
produce pertanto normalmente oggetti percepiti che agli oggetti
fisici sono in qualche modo collegati. La percezione, insomma,
è un’allucinazione guidata. I cani che vediamo noi non sono
meno «costruiti» dei cani che vede la signora B.; la differenza
è che noi li costruiamo adoperando un maggior numero di
vincoli e che i nostri simili usano gli stessi vincoli, per cui le amiche
della signora B. il suo cane non lo vedono, ma il nostro sì.
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Tutti i rombi (quattro file) sono identici e hanno lo stesso colore bianco, ma quelli della prima e della terza fila dall’alto appaiono più bianchi di quelli della seconda e della quarta. Spiego perché nel capitolo 4, "Come vediamo i grigi".
IMMAGINE: da Bressan, P. (2006). The place of white in a world of greys: a double-anchoring theory of lightness perception. Psychological Review, 113, 526-553.

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venerdì 30 marzo 2007

Le cornacchie nere che appaiono bianche



Questo è un angolo del mio soggiorno. Il più chiaro dei due dischi sotto la poltrona è in realtà dello stesso grigio del più scuro dei due dischi davanti alla portafinestra. Che ci crediate o no, i due dischi sotto la poltrona sono dello stesso grigio dei due dischi incollati allo specchio soprastante. Illusioni impressionanti come questa ci fanno capire che il modo in cui vediamo i grigi ha poco a che fare con il loro colore "reale".
Supponiamo ad esempio che una cornacchia svolazzi improvvisamente di fronte ai fari accesi della vostra auto mentre attraversate, di notte, una zona di campagna. Se non vi sono altri oggetti nel cono di luce, e i fari illuminano soltanto la cornacchia, quest’ultima apparirà bianca! La luna nel cielo notturno appare bianca, o luminosa, esattamente per la stessa ragione. Chiunque abbia visto le foto scattate dagli astronauti sulla luna, o campioni di suolo lunare in un museo della scienza, sa perfettamente che la luna non è affatto bianca, ma grigio scuro.
Il mondo dei grigi è quindi molto più interessante e curioso di quanto avremmo potuto immaginare. Racconto come e perché, mostrando tante altre sorprendenti figure, nel capitolo 4, "Come vediamo i grigi".
UPDATE! 18 maggio: vedi i "veri" colori dei sei dischi.
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IMMAGINE: da Bressan, P. (2006). The place of white in a world of greys: a double-anchoring theory of lightness perception. Psychological Review, 113, 526-553.

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lunedì 26 marzo 2007

Leggi alcune pagine del libro

DAL CAPITOLO 2, IL SISTEMA VISIVO. Clicca sull'immagine per ingrandirla. Se queste pagine ti sono piaciute e ne vuoi leggere delle altre, vai a altre pagine.

Commenti dei lettori

Ho pubblicato questo libro con LATERZA (2007). Se lo hai letto lasciami un commento, cliccando sul link COMMENTI, qui sotto. Con lo stesso sistema puoi vedere anche i commenti che hanno lasciato altri lettori.
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